ROM, cioè, NOI, TUTTI. E TUTTI UGUALI
Sarebbero
molti i fatti che avrebbero bisogno di una riflessione attenta; siamo
invasi quotidianamente da notizie che ci fanno star male e non mi
riferisco solo alla drammatica morte di quattro bambini in una tenda
improvvisata; non dico bambini
“Rom” ma solo bambini, esseri umani perché quando usiamo il termine
“ROM” ho come l’impressione che vogliamo sminuire la loro “umanità” e
il loro essere in tutto e per tutto uguali a ciascuno di noi e a
ciascuno dei nostri bimbi; indignazione nell’indignazione per questo
tentativo misero di sottrarci alle nostre responsabilità.
Abbiamo
quasi l’impressione di essere circondati da una marea di fango che ci
assale e dalla quale non riusciamo a trovare capacità e mezzi per
sottrarcene; un senso di rassegnazione e di quasi fatalità ci invade
rendendoci incapaci di visioni di speranza per il nostro futuro e per
quello delle giovani generazioni. Il sentimento di tanti, che ciascuno
di noi ha modo di incontrare conferma purtroppo di questo stato d’animo e
realtà delle cose.
Ho riletto, alla luce anche di questi fatti, la costituzione italiana che all’articolo 3 recita:”
tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla
legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione,
di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.
E
mi sono detto: come siamo lontani da questa visione nella realtà
concreta della nostra vita; non avvertiamo questa uguaglianza e troviamo
sempre qualcuno che è più uguale di tutti gli altri, che riesce ad
avere favori e vantaggi, che di fronte alla legge riesce a far valere il
proprio censo, la propria forza mediatica che gli permette di
distorcere la realtà e di piegarla ai propri interessi di bottega.
Eppure io penso e ne sono profondamente convinto, che la maggior parte della gente abbia a cuore l’essere retti, onesti, solidali, lavoratori, pacifici, attenti
a che il vivere civile si possa sviluppare armoniosamente nel rispetto
di tutti….ma allora cosa ci manca? Perché al contrario viviamo questo
senso di accerchiamento del male e non riusciamo a spezzarne le catene?
Siamo diventati pavidi e spettatori quasi disinteressati.
Mi pare che dobbiamo riscoprire la necessità e la forza dell’indignazione personale, profonda; non dobbiamo stare zitti, dobbiamo saperci mettere la faccia, dobbiamo saperci compromettere, prendere posizione. L’Abbé
Pierre ci ha insegnato la “collera dell’Amore” che significa farsi
carico, e in maniera figurata potremmo dire “prendere in braccio” le
persone che soffrono; guardare quei volti e riscoprire in quei tratti, i
tratti dell’umanità ferita e sofferente che ci chiama a gridare con
loro e per loro la nostra indignazione.
Diciamo
che siamo stufi che a pagare la crisi, le malefatte di questo e
quell’altro speculatore farabutto siano sempre i più poveri, siamo
stufi di vedere che quando si tratta di tagliare e fare economie a
livello statale, regionale e comunale sono gli interventi per i più
deboli tra di noi che sono colpiti: e questo lo chiamano Welfare.
Perché non si diminuiscono le spese per il militare; per i 131 nuovi
cacciabombardieri F 35 (Joint Strike Fighter) sono stati stanziati 16
miliardi di €uro.
Siamo
stufi di vedere alla televisione l’apoteosi del capo e di chi come lui
ha possibilità economiche quasi illimitate e che per questo pensa di
aver il diritto quasi sacrosanto di beffarsi di tutto e di tutti, della
legge che dovrebbe in qualche modo ritrovarci uguali, così come recita
la costituzione italiana.
Diciamo
basta ad un paese, il nostro, ad una regione, l’Europa, che di fronte
alle emergenze di popolazioni colpite dalla guerra, dalla fame e dai
disastri naturali sono preoccupate solo di ergere mura sempre più
invalicabili e non sanno inventare una politica fatta di accoglienza e
di rispetto delle persone.
Ma
indignarsi non è sufficiente; occorre scendere in piazza e levare forte
la nostra voce e obbligare quanti esercitano il potere per il proprio
interesse a tornarsene a casa.
Forse dobbiamo riscoprire il senso e il gusto del fare politica: “mi
interessa” come diceva Don Milani; mi interessa per me, per i miei figli
e per tutte quelle persone che da questa politica sono dimenticate ed
utilizzate.
“Se non ora quando”?
Renzo Fior